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Vacanze a Cornigliano
di Claude
Torno a scrivere dopo molto tempo. Mi scuso per la mia lunga assenza dovuta ad alcuni
impegni.
Oggi voglio parlarvi di un argomento che ci riguarda da vicino, un tema che dovrebbe
coinvolgerci, o perlomeno renderci maggiormente consapevoli di quanto sia necessario
avere una corretta informazione.
Prendo spunto da uno studio effettuato dall’Istituto Nazionale per la Ricerca sul
Cancro(1) in merito all’incidenza dei tumori maligni nel quartiere di Cornigliano nel
periodo 1988-1995. Devo ammettere che non è mai facile parlare dei nessi esistenti
tra l’inquinamento provocato dalle industrie e i tumori, malattie o morti che colpiscono
la popolazione. Vuoi perché il tema è certamente delicato o vuoi perché le visioni
sono spesso discordanti (come se le morti o i tumori dipendessero dalle opinioni),
risulta inevitabilmente difficile riuscire a parlare dell’argomento senza entrare
in un vespaio di polemiche. Tuttavia, guardando attentamente i dati, in questo caso,
di dubbi ve ne sono pochi. Nel periodo 1988-1995 a Cornigliano, la mortalità, rispetto
a Genova, è risultata aumentata del 23% negli uomini e del 55% nelle donne. Si parla,
di malattie del sistema circolatorio, il complesso dei tumori maligni, leucemie,
tumori alla prostata, demenza degenerativa e aterosclerotica, malattie del sistema
nervoso, dell'apparato respiratorio e digerente, in particolare cirrosi e altre
epatopatie.
Nelle donne si sono manifestate malattie del sistema nervoso, cardiovascolare, cerebrovascolari,
il diabete mellito e i tumori maligni del colon e del retto. E inoltre, tra le malattie
non neoplastiche sono aumentate quelle infettive, le malformazioni, l'ipertensione,
le patologie dell'apparato respiratorio renale ed epatico.
Alcuni potrebbero legittimamente pensare, nel leggere i dati sopra riportati, che
non vi sia nulla di cui meravigliarsi nell’apprendere che un’industria a ridosso
di un centro abitato possa rappresentare un pericolo per la salute dei residenti. Proprio
per questo, consapevoli ormai che molte scelte del passato - dettate forse dall’inesperienza
e la necessità - abbiano portato tragiche conseguenze nelle popolazioni, si provi
a utilizzare questa consapevolezza nel prevenire nuovi sbagli.
(1) Consulenza realizzata
dai dottori Valerio Gennaro e Federico Valerio per ordine della Procura della Repubblica
di Genova.
L'ultima spiaggia
di Claude
Anni fa, purtroppo non ricordo il nome della trasmissione, vidi un documentario
che denunciava lo stato disumano in cui venivano a trovarsi gli operai del porto
di Chittagong, la seconda città del Bangladesh per numero di abitanti. Devo dire
che da allora, quando vedo una petroliera, mi è difficile non pensare a quell’incredibile
scenario. Cercando in rete mi sono imbattuto, con un po’ di fortuna, su alcuni articoli
che parlano della triste e incredibilmente vera realtà bengalese.
Oltre a essere sede delle principali attività commerciali del paese, Chittagong
è, infatti, il luogo conosciuto come: “ il cimitero delle navi ”. Un cantiere a
cielo aperto dove vengono smantellate decine e decine di imbarcazioni nella più
totale inosservanza delle regole a tutela del lavoratore. Petroliere, gasiere e
mercantili realizzati trenta o quarant’anni fa, diventano materiale di approvvigionamento
per l’industria interna dell’acciaio, vere e proprie carrette del mare, dove sono
presenti materiali come: amianto, piombo, (nelle vernici di rivestimento) cadmio,
arsenico, pece e talvolta residui di petrolio. Sostanze che richiedono particolari
attenzioni in tutte le loro fasi di lavorazione specialmente quando si tratta del
loro stoccaggio.
Le ragioni che spingono un armatore a far demolire la propria nave in paesi
come il Bangladesh, l’India, il Pakistan o la Cina, sono chiare. I costi per smantellare
una nave in Europa sono notevolmente più elevati rispetto a quelli dei paesi asiatici,
basti pensare alla manodopera, agli standard relativi la sicurezza, l’ambiente e
la salute dei lavoratori.
Una scorciatoia, quindi, non nuova nel
settore marittimo (vedi il fenomeno delle bandiere di comodo) ma che questa volta
va ben aldilà della semplice elusione delle leggi. Gli operai, infatti, muoiono
di malattie respiratorie, esplosioni nelle stive, esalazioni di gas, infezioni e
spesso per tumori. Un’autentica tragedia cui ha cercato di porre rimedio la convenzione
di Hong Kong concepita dall’Organizzazione Marittima Internazionale (IMO) che garantisce
alle navi aventi un legame con L’UE, in termini di bandiera o di proprietà, lo smantellamento
in impianti sicuri e compatibili con le norme ambientali ( link). Una norma che, tuttavia, rimane inerme di fronte alla
mancanza di un numero adeguato di cantieri europei in grado di soddisfare le richieste
di demolizione provenienti dalle stesse compagnie europee di navigazione. Un cane
che si morde la coda, quindi. La speranza è quella che si prendano provvedimenti
direttamente nei confronti di chi approfitta di queste disparità per arricchirsi
a discapito di numerose vite umane e dell’ambiente.
Una scritta campeggia all’entrata del porto di Alang, il principale sito di demolizione
in India: “Safety is our motto”, la sicurezza è il nostro motto. Parole che hanno
un non so che di macabro e che mi ricordano la tristemente famosa: “Arbeit Macht
Frei”.
(La beffarda scritta presente all’entrata del porto di Alang, India).
L'isola che (non) c'è
di Claude
Incredulità. E’ questa l’unica parola che potrebbe in qualche modo definire il mio
stato d’animo dopo quello che ho visto. L’oggetto del mio turbamento si chiama:
“Pacific trash vortex”, un’isola grande “appena” 600.000 km2, situata nell’oceano
Pacifico. Fin qui nulla di strano, potreste dire, se non fosse, che l’isola menzionata
pocanzi sia interamente costituita da plastica. Avete letto bene plastica. Un'enorme
discarica galleggiante che, oltre ad uno scioccante impatto visivo, porta alla devastazione
della fauna marina del Pacifico meridionale.
L’effetto corrosivo del sale, l’azione del mare e l’esposizione al sole, frammentano
la plastica facendola diventare una poltiglia in grado di uccidere migliaia di uccelli
e tartarughe.
A queste morti, si sommano quelle dovute ai rifiuti definiti “macro”: le reti da
pesca ad esempio che, sempre per mezzo delle correnti, aggrovigliandosi l’una all’altra,
formano vere e proprie trappole per cetacei e pesci di ogni specie.Una calamità
a tutti gli effetti che suscita le attenzioni dei soli ambientalisti, troppo spesso
ignorati quando denunciano gravi situazioni. Non un Ministro dell’ambiente (il nostro
troppo concentrato sul nucleare) che sollevi la questione e dica qualcosa di sensato
negli innumerevoli quanto inutili carrozzoni internazionali (vedi Copenaghen). Non
un telegiornale che abbia mai menzionato la cosa, anche solo per dovere di cronaca.
Niente. Far finta di non sapere o tacere di fronte a simili catastrofi, come se
si trattasse di nascondere la polvere sotto il tappeto, non potrà certo eliminare
il problema. Per questo, nel nostro piccolo, nei prossimi giorni cercheremo di metterci
in contatto con la circoscrizione e alcune associazioni, per cercare di organizzare, a
cadenza regolare, un appuntamento avente come obiettivo la pulizia delle nostre spiagge. Vi terrò,
quindi, aggiornati su tutte le novità che si presenteranno. Consigli e pareri saranno ben accetti.
Facciamo qualcosa facciamolo insieme.
http://oceans.greenpeace.org/en/the-expedition/news/trashing-our-oceans/ocean_pollution_animation
No Nuke
di Claude
Quando ho abbozzato quest’articolo, tutta una serie di pensieri hanno iniziato a
rotearmi nella mente. “Farò bene a scrivere queste cose?" “Non sarà, che avendo
in qualche modo un particolare interesse per l’argomento, la notizia possa essere
importante solo per me?" Dubbi di questo genere insomma. Legittimi, credo, per chi
vuole dire qualcosa e soprattutto per chi si sente coinvolto dalla vicenda. Vi parlerò
quindi della Corsica, l’isola in cui sono nato, dove vive gran parte della mia famiglia
e dove - sommando approssimativamente tutto il tempo che vi ho trascorso – ho vissuto
fino a ora ¼ della mia vita. La Corsica è un’isola meravigliosa che nasconde ahimè
una triste realtà. Non parlo della situazione politica, di cui non sono sufficientemente
a conoscenza e in cui non voglio addentrarmi, vista la complessità. Parlo di salute,
proprio quella cosa che ci auguriamo di avere sempre e il più a lungo possibile.
Nell’île de beauté (l’isola della bellezza) si muore, molto più che da altre parti.
Il motivo sembra impensabile, la catastrofe di Chernobyl. Quale nesso possa esserci
tra un disastro avvenuto ventitré anni fa a circa 2500 chilometri di distanza e
un’isola nel mediterraneo, non è stato ancora chiarito scientificamente.
(La nube radioattiva in Europa dopo l'incidente)
Il 26 Aprile del 2008 dopo anni di appelli inascoltati, il responsabile della commissione
incaricata di indagare sulle cause del numero così elevato di tumori, il Dott. Denis
Fauconnier, ha rassegnato le dimissioni dal proprio incarico accusando la Collettività
Territoriale Corsa di aver ostacolato la realizzazione di un registro sui tumori.
Come affermato dallo stesso Fauconnier: “in seguito alla catastrofe furono rilevati
nell’isola tassi di radioattività da 10 a 100 volte maggiori rispetto alle cifre
ufficiali”. Nonostante gli appelli e gli altissimi livelli di tumori alla tiroide,
di tre volte superiori rispetto alla media nazionale francese, si continua a ostacolare
il lavoro delle persone, forse con la speranza che il tutto cada nel dimenticatoio.
Ci auguriamo possa esser fatta luce su questi preoccupanti numeri, che stando alle
dichiarazioni dei medici francesi, sembrano in gran parte legati alla catastrofe
Ucraina del 1986. Tuttavia, una cosa è certa. Il solo dubbio che vi possa essere
una correlazione tra un evento avvenuto in un paese così lontano e l’incremento
dei tumori alla tiroide in un’isola del mediterraneo, dovrebbe in qualche modo farci
riflettere sulla volontà di costruire nuove centrali nucleari in Italia.
L'eterno ricatto
di Claude
A cosa siamo disposti pur di lavorare? E’ una domanda che ricorre spesso e che certamente
ha dietro di se un’immensa realtà, passata, presente e futura. Genova è stata senza
dubbio vittima di questo compromesso, forse più di tante altre città. Mutata nella
sua geografia, smembrata, spianata, allargata. Spesso si è detto che il prezzo da
pagare per una città che vuole dare lavoro sia quello di dover sopportare pene indicibili,
interventi che lasciano un’impronta forte nel territorio, negli spiriti e nel fisico
di chi quella città la vive. Mi guardo attorno e mi accorgo che il prezzo da pagare
è stato troppo alto. Da ponente a levante poco o nulla è rimasto intatto. Gli “anni
di gloria” sembrano essere svaniti, le promesse degli amministratori di allora risuonano
beffarde nelle menti di quegli ex ragazzi, figli di una spensieratezza tipica di
chi ha vent’anni e ignari di un futuro che avrebbe riservato molte insidie. Oggi
come allora, assistiamo a squallidi teatrini, promesse di un futuro migliore, incremento
dell’occupazione, miglioramento dell’economia. Il tutto a condizione che si approvino
gli interventi sul territorio, in silenzio e senza pensare alle conseguenze. Nulla
è cambiato, continuiamo a essere disposti a tutto nel più totale ricatto. Viene
da chiedersi allora, per quanto tempo ancora si sfrutteranno i bisogni delle persone
per far sì che si compiano le peggiori nefandezze. Per quanto tempo? L’anno scorso
ho assistito ai dibattiti pubblici sulla Gronda, ho visto le facce delle persone
presenti, discusso con alcuni di loro. Ho ascoltato e capito che quelle persone
erano lì perché trenta o quarant’anni prima avevano creduto a tutte quelle false
promesse. Loro, quelle menzogne l’avevano già sentite. Loro erano lì per dire “NO”
ad altre bugie e per difendere i loro nipoti da un futuro che avevano già vissuto.
Il progresso, oggi, non può e non deve passare attraverso la distruzione del territorio.
L'oro grigio
di Claude
Quello che sta avvenendo a Genova negli
ultimi anni lascia perplessi, crolli, cedimenti, voragini che si creano dal
nulla. Un'escalation di disagi che spesso non trovano un colpevole. Poche ore fa
l’ennesimo crollo, una strada che improvvisamente cede in una via della città,
nel quartiere di Pegli. Una via come tante altre e che come tante altre aveva
sotto di se un cantiere dove si stavano costruendo box auto. La cementificazione
sta facendo il bello e cattivo tempo nel capoluogo ligure, nessun freno, nessuno
scrupolo da parte degli amministratori. Vige la politica del fare. La posta in
palio è troppo alta, per far sì che un semplice crollo ostacoli l’arrivo di
soldi freschi nelle casse del comune. Un comune che in passato ha stipulato
contratti con le banche comprando derivati finanziari che hanno al loro interno
variabili impensabili. Ora che le casse sono vuote e non si ha più un euro da
giocare ci si affida ai beni materiali. Come in un film dove il giocatore
d’azzardo, preso dalla smania di voler recuperare i soldi perduti, gioca tutto
ciò che gli rimane, la casa. Nel nostro caso è avvenuto e avviene esattamente la
stessa cosa. In assenza di soldi per mantenere determinati impegni o servizi, ci
si gioca tutto ciò che rimane, il territorio. Ed ecco che camuffandolo per
progresso si cede lo spazio pubblico, piazze, ville, parchi a enti privati, in
cambio di denaro. Poco importa se in quella villa o quella piazza vi erano
scuole e palazzi adiacenti. Chi dissente è tacciato di essere
populista, un disturbatore che ostacola lo sviluppo.
La Liguria è oggi la regione d’Italia
che si è mangiata la più elevata percentuale di superficie libera da
costruzioni. In soli quindici anni, (dati Istat) dal 1990 al 2005, il territorio
privo di costruzioni si è ridotto del 45,55% passando da 249.000 ettari a
135.570. Una follia che non ha eguali in nessun'altra parte del paese. La corsa a un posto auto è figlia di
una politica sbagliata di cui continuiamo a pagare il prezzo illudendoci di aver
bisogno di servizi che sono in realtà per pochi fortunati. Non sarà un campetto
di calcio in erba sintetica, spesso usato come contentino, a eliminare anni di
disagi e polveri sottili respirate. Non sarà certo qualche aiuola o una palmetta
a ripristinare quel verde presente prima dei lavori.
Quando fra trent’anni guarderemo il
nostro territorio, ricorderemo di averlo visto verde e di aver fatto poco o
nulla perché tale rimanesse.
Diversamente onesti
di Claude
Pensate al vostro curriculum, vi sono le vostre caratteristiche, i vostri pregi,
i vostri studi, le conoscenze informatiche, le esperienze lavorative, insomma tutto
ciò che un curriculum prevede. Ora pensate al curriculum di un manager, magari quello
di un amministratore delegato, vi saranno le caratteristiche, i pregi, il percorso
scolastico, le conoscenze informatiche e le esperienze lavorative. Insomma tutto
ciò che il curriculum di un manager prevede. Niente di strano quindi, le differenze
si troveranno appunto nelle capacità, nelle responsabilità e soprattutto nello stipendio.
Ecco che però dopo una prima analisi, iniziano le perplessità. Una regola non scritta
(l’etica) dovrebbe perlomeno prevedere che a capo di una grande società vi sia una
persona rispettabile, “pulita“, credibile. A quanto pare però le certezze che hanno
sempre contraddistinto il nostro modo di pensare vengono meno guardando il curriculum
dell’amministratore delegato dell’Eni, il dott. Paolo Scaroni. Egli vanta, infatti,
delle ottime credenziali. Nel febbraio del 1996 quando era a capo della Techint,
patteggiò una condanna a un anno e quattro mesi di reclusione per le tangenti pagate
per gli appalti nelle centrali Enel. Sempre in tema di portfolio delle competenze,
nel 2006 fu condannato in primo grado per disastro ambientale per i danni causati
dalla centrale Enel a olio combustibile di Porto Tolle (Rovigo). Condannato alla
pena di un mese poi convertita in un'ammenda di 1.140 euro, Scaroni, grazie al suo
curriculum di tutto rispetto è adesso amministratore delegato di Eni. Di fronte
ad un simile personaggio non si può certo rimanere indifferenti. Pochi giorni fa,
sempre grazie alle sue ottime credenziali, è stato invitato dalla facoltà d'ingegneria
di Genova per dibattere sul tema della sicurezza nei trasporti. Tema del convegno:
“Tecnologia, logistica e sicurezza, verso un futuro sostenibile nel trasporto delle
merci pericolose". Ora, che un condannato in primo grado per disastro ambientale
possa essere invitato a discutere di futuro sostenibile è quanto meno strano giacché
ai tempi della sua dirigenza in Enel la società dovette pagare due milioni e mezzo
di euro alle ventidue parti civili, costituitesi nel processo per il disastro ambientale
sopra citato. E’ ancora più strano non vedere nessuna reazione da parte dei giornali
locali nel riportare la notizia dell’intervento del dott. Scaroni al convegno. Probabilmente,
alcuni studenti d'ingegneria avrebbero avuto qualche perplessità nel sapere che
la propria facoltà si avvale dei consigli di determinate persone. Tuttavia, ripensando
al proprio curriculum, viene da chiedersi se oggigiorno costituisca un trampolino
di lancio verso un posto manageriale l’avere la fedina penale così ricca di reati.
Chissà che un giorno magari, per assurdo, mettendo sul proprio curriculum che si
è intenzionalmente evaso il fisco non si possa diventare Presidente del Consiglio.
Tutto è possibile.
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